Il vetro a Piegaro, dalle origini a oggi

La vetreria del Piegaro adesso sembra un gigante solo, il silenzio che vi regna attorno è quasi irreale. La ciminiera si affaccia e controlla tutta la vallata; il suo interno racconta di secoli di storia vissuta: la massa di vetro verde alla base del forno è l’unica traccia rimasta della lavorazione e i maestosi archi semigotici fanno la guardia da secoli, in attesa che riprenda vita e rumore. Il silenzio favorisce i ricordi e il pensiero corre a quando la fabbrica era in funzione, al vociare dei vetrai stanche e assetati, al rumore del bruciatore, al campanello della tempera che annunciava il tempo di ritirare i carrelli, allo schianto di qualche fiasco caduto, al botto delle macchine semiautomatiche. Il suo rumore di vita si è interrotto nel passato molte volte; si è trasformato ora, come Museo del Vetro, in un suggestivo perenne richiamo di storie vissute e da vivere. Dall’introduzione a Parole di Vetro, Arte e tradizioni a Piegaro dal XII sec., G. Muranetto e A. Batinti, Comune di Piegaro, Edizioni Era nuova, 2007.



Il documento su citato che indica il 1250 come data di nascita de l’arte vetraria a Piegaro, venne redatto nel 1860 dal Gonfaloniere del comune (praticamente il sindaco) Ludovico Vicaroni. In tale scritto si dice “In Piegaro si esercita l’arte del vetro sin dal 1250..”. Questo dato potrebbe considerarsi attendibile in base alle potenzialità che Piegaro offriva in quel tempo. La presenza di ordini monastici diffusori di tecniche artigianali, ma anche l’inserimento del territorio nel reticolo viario umbro-toscano possono essere stati propulsori indispensabili per la nascita della lavorazione del vetro. Fondamentale altresì considerare la grande disponibilità di combustibile, viste le enormi distese di boschi nella zona; nei documenti storici ci sono notizie certe, circa la partecipazione alla decorazione del Duomo d’Orvieto, dal 1321.
Lorenzo Maitani, architetto del Duomo d’Orvieto, chiese prima alla fornace di Monteleone d’Orvieto poi a quella di Piegaro di fornirgli i mosaici che gli sarebbero stati necessari. Il maestro di vetri monteleonese, ottenne l’incarico di recarsi a Piegaro e provvedere all’acquisto dei materiali e all’ingaggio di maestranze esperte e qualificate nella lavorazione del vetro colorato; nel documento si cita Piegaro come un laboratorio di vetri colorati.

La scelta ricadde sui maestri Piegaresi in quanto fornivano maggiore qualità e quantità di vetro: questo fa supporre che avessero una tradizione ben radicata, poiché questo tipo di lavoro richiedeva anni ed anni d’esperienza, soprattutto per la realizzazione delle delicate tessere dei mosaici.

I migliori artisti del vetro dovettero quindi spostarsi a Orvieto, in quanto il Maitani fece costruire e diresse una fornace proprio nelle immediate vicinanze del Duomo che cessò ogni attività nel 1335. L’attività dei Piegaresi però non si fermò: nel 1360 l’Opera del Duomo volle riaprire la fornace e mandò a comprare i mattoni e la zaffara a Piegaro per colorare i vetri in azzurro. Interessante notare che la zaffara viene nominata nei documenti muranesi non prima del 1446.

In un curioso documento del 1388, tale Petrus del Pigaio (di Piegaro), al lavoro a Murano, si lamentò con il Podestà in seguito alle percosse ricevute dal padrone, perché, dopo aver attizzato il fuoco quanto necessario, “voleva andarsene a dormire, come era consuetudine”. Altri interessanti documenti quattrocenteschi, rivelano le ricette per la composizione e la lavorazione di speciali tessere da mosaico: ad esempio le piastre musive a foglia d’argento del XII secolo, chiamate lingue di vetro, erano lunghe 17,5 cm per 6-7 mm di spessore. Confrontando questi documenti toscani con i manoscritti rinascimentali veneziani, la tecnica risulta essere la medesima ed è da presumere che anche a Piegaro le ricette fossero simili.

Ricettario anonimo del Cinquecento
“XXXV A che modo si fanno tutti i mosaici e prima a fare il mosaico d’oro”

Prendi 100 libbre di fritta comune, 33 libbre di vetro di piombo, metti in crogiolo a fondere e affinare; poi soffia una grande boccia a pareti il più possibile sottili. Poi rompi la boccia in pezzi tanto grandi quanto una foglia d’oro battuto, di quelle che si usano per le in dorature. Poi prendi la chiara dell’uovo e sbattila bene e versala in un bicchiere d’acqua pura. Quindi bagna le lastrine di vetro con questa soluzione e mettici sopra una foglia d’oro di doppio spessore oppure due foglie una sopra l’altra, in modo che non traspaia il vetro sottostante. Poi prendi una piastra di ferro grossa quanto un dito, munita di un lungo manico e ricoperta con creta dine perché il vetro non si attacchi al ferro. Sopra questa piastra metterai la lastrina con la foglia d’oro, il lato con l’oro verso l’alto, quello senza oro verso il basso.

Metti a scaldare la lastrina lentamente, poiché non scoppi, sulla bocca del forno; quando questa sarà ben calda mettila dentro il forno e appena vedi il vetro rammollire sulla piastra, versaci sopra del vetro caldo, che avrai nel contempo preparato. Questo vetro va adoperato subito dopo fuso, perche altrimenti non sarebbe adatto, e va messo sopra la foglia d’oro così che vi aderisca. Con una piastra di ferro, appositamente preparata con riquadri di rilievo, tutti della stessa dimensione, cioè della dimensione di un dado, premerai fortemente sopra il vetro che ai versato sull’oro e potrai premere fino ad aver riempito di vetro tutti i riquadri. Cosi arriverai a fare le tue tessere di mosaico, delle dimensioni e spessore dei riquadri. Quando avrai pressato le tue tessere le dovrai mettere a raffreddare lentamente nel ripiano di ricottura affinché non scoppino.


Piegaro fornì vetri e tessere di mosaico a decoro di altre importanti cattedrali a Perugia, Milano, Bologna, sebbene nel quattrocento eventi bellici e saccheggiamenti facessero lavorare a singhiozzo la vetreria.

Gli artigiani del vetro non erano maestri solo nell’arte del mosaico, ma anche nelle creazioni d’oggetti d’uso comune, tanto che erano chiamati bicchierai e fiascai, prodotti che non erano meno creativi o complessi. Nel 1480, tanta era la fama che li circondava, gli artigiani piegaresi furono chiamati a Gubbio dal Duca Federico II a esercitare la loro arte, producendo stoviglie e arredi per la corte dei Montefeltro. Documentato storicamente è il soggiorno del duca di Calabria in Piegaro nel 1485 e l’acquisto di belli fiaschi prodotti nella vetreria. A quel tempo esistevano due fornaci appartenenti a residenti di Piegaro. Probabilmente esistevano anche altri piccoli forni o crogiuoli, incaricati di produrre la fritta, il primo passaggio di fusione parziale del vetro che avveniva a 650-700°C.

Il problema delle risorse naturali e dell’inquinamento cominciarono a farsi sentire: la fornace doveva bruciare dal 130 ai 150 chili di legna all’ora per mantenere una temperatura costante di 1100°C e la cenere di soda era ricavata dalla combustione di piante fermentate, che esalavano sostanze acide e irritanti, tanto che a Venezia questa pratica era vietata.

La sabbia o arena poteva essere reperita nel fondo del Nestore o sulle rive del lago Trasimeno oppure dalla polvere di marmo; altri composti erano di facile reperibilità come le pietre di fiume, le ossa di animali, l’olio, le tegole; altri più complessi erano importati o ottenuti dopo lunghe lavorazioni come argento, rame, ferro, cobalto, zolfo.di lavoratori Verso la fine del Quattrocento, con il nome Confraternita di Signoria de Vetrai nacque questa associazione. Il loro stemma era uno scudo a fondo celeste tagliato a metà da una fascia giallo oro: nella parte superiore un fiasco e un bicchiere e sotto un focolare. Ogni 15 agosto con il clero e il popolo, i confratelli andavano in processione vestiti con tuniche bianche per onorare SS. Maria Assunta. Lo stemma, un po’ rovinato dal tempo, si può ancora ammirare nella cantoria (del XIV secolo) sopra il portone d’ingresso della chiesa Madonna della Crocetta. Del Seicento e Settecento vi sono numerosi documenti attestanti i vari passaggi di proprietà delle fornaci, delle vetrerie, dei boschi da legna e delle cave di pietra, a dimostrazione del grande fermento e della vitalità del territorio, capace di competere con la famosa Venezia. Il vetro di Piegaro era paragonabile per prestigio ed eccellenza alle maioliche di Deruta e ai laterizi di Marsciano.

In un documento del 1746, oltre a riferimenti alla lunga storia delle fornaci e la loro importanza nell’economia locale, si parla per la prima volta della difficoltà del mercato e di una crisi dell’attività, che effettivamente si manifestò a causa della concorrenza boema. Molti artigiani emigrarono, cercando fortuna altrove, portando con loro la maestria e privando il territorio piegarese di quell’eccellenza che perdurava da oltre quattro secoli. Altra concausa era la mancanza di scarcia per rivestire i fiaschi: la scarcia, sala o pajjòla è una pianta palustre che in botanica è chiamata Carex riparia e che cresce abbondante sulle sponde del Trasimeno o negli acquitrini toscani: era essiccata al sole e imbiancata con lo zolfo. Visto il diffuso impiego, non solo per i fiaschi ma anche per impagliare sedie o ceste, cominciava a essere difficile da trovare.

Nonostante le numerose difficoltà, la lavorazione e il commercio dei pregiati vetri continuava. Le amministrazioni facevano la loro parte, cercando di contenere il danno economico e agevolando dove riuscivano le fornaci: il consiglio comunale chiese al clero di poter continuare a usare la legna del demanio (jus legnatico).

Per tutto il Settecento si evidenziarono con maggiore enfasi i risvolti ambientali dell’attività: l’inquinamento da combustione, per preparare i composti chimici necessari alla lavorazione del vetro, il diradamento e il disboscamento dei terreni, per alimentare i forni, e la sporcizia che si trovava sparsa in tutto il paese.

Il 1815 si apre con una felice unione tra la figlia, Cunegonda, della famiglia Cocchi proprietaria delle vetrerie e il marchese Misciattelli di Montegiove.
Quest’ultimo rivestì importanti cariche ufficiali, ma principalmente si dedicò all’innovazione delle vetrerie: introdusse una produzione semi-industriale e riorganizzò il mercato e la commercializzazione dei manufatti. Si raggiunse, in questo periodo, la fase di massimo splendore per la produzione del cristallo e nel 1845 si concretizzò la possibilità di creare una nuova fabbrica specializzata in cristalli, di prodotti ordinari e più pregiati. Misciattelli utilizzò anche la forza dei mulini ad acqua per arrotare il vetro o macinare il quarzo. La situazione non era facile per le ingenti spese sostenute e le compravendite di materiali vari, i cristalli prodotti erano costosi rispetto alla concorrenza, ma la produzione continuò anche dopo la morte del marchese avvenuta nel 1865.

A Firenze nel 1861 la vetreria di Piegaro partecipò all’Esposizione industriale italiana, conseguendo la medaglia d’argento al merito. Nel catalogo degli “Oggetti di vetro e Cristallo della Fabbrica Geremia Misciattelli” stampato nel 1877 si elencano ben 214 articoli di vetro. L’industrializzazione continuava senza freni e fu introdotta qualche anno più tardi una macchina a vapore per decorare e lucidare i cristalli, per automatizzare la lavorazione detta molatura. La produzione dei cristalli cessò nel 1921.

Nell’anno 1895, subentrò alla direzione l’Ing. Zannini, con il quale la produzione arrivò a toccare l’apice con 243 varietà di articoli, ma non fu altrettanto innovativa, tanto che soli tre anni dopo la fabbrica chiuse. La famiglia Misciattelli, ancora proprietaria, affittò la vetreria a Severino Rossi, che ridusse notevolmente la produzione e si prodigò in vari tentativi di realizzazione di una cooperativa, gestita dai lavoratori stessi, che non riuscì a concretizzarsi. L’attività quindi proseguì a singhiozzo nelle due sedi: a ovest per il vetro verde e a est per il vetro bianco, il cristallo.

Nel 1934 la Marchesa Misciattelli cedette, dietro irrisorio compenso, l’uso della fabbrica a un gruppo di lavoratori costituiti in una società anonima; ma solo nel 1941 grazie alla principessa Pallavicini, nuora della marchesa, si attuò una profonda ristrutturazione: restauro degli immobili, una nuova fornace arrivando alla produzione di 15.000 fiaschi o 10.000 bottiglie al giorno. La società fallì nel 1947.

Altri tentativi di risollevare e rianimare il lavoro della vetreria si ebbero con la Società Vetreria Piegarese, con la Cooperativa dei lavoratori e con l’istituzione di una “Scuola per l’arte del vetro verde”.

Nel 1960 si costituì la Vetreria Cooperativa Piegarese che, con molti sforzi e problemi, riuscì a tener testa al mercato. Il sogno, tanto agognato, si concretizzò nel 1968 con la costruzione di una nuova fabbrica e lo spostamento della produzione all’esterno delle mura. Attualmente la VCP è una delle maggiori industrie italiane ed europee del settore.
Sebbene industrializzazione abbia preso il sopravvento, le impagliatrici dei fiaschi non sono scomparse del tutto: fanno rivivere l’antica e preziosa arte dell’impagliatura durante le rievocazioni storiche.

L’edificio dell’antica vetreria, al centro del paese, è stato acquisito dall’Amministrazione comunale e restaurato, realizzando il Museo del Vetro, centro dinamico di documentazione e laboratori educativi attivo dal 2009. Attraverso un percorso guidato, si possono ammirare i resti del forno usato per la fusione, antichi strumenti per la lavorazione artigianale e i preziosi oggetti prodotti negli anni dai maestri del vetro.